HOME > FBM FOCUS > Focus #2/Claudia Schioppa

Claudia Schioppa



Il secondo focus di FBM si concetra sull’Artista Visuale, Claudia Schioppa (Roma, 1994). La sua ricerca si esprime attraverso il disegno come pratica dell’esistenza e da sempre legata a doppio filo al senso di meraviglia verso il mondo Naturale.
Riguardo quest’ultimo troviamo un esempio nella sua recente collaborazione con l’Artista ed attivista Oliver Ressler presso il MSU, Museum of Modern Art di Zagabria, con l’Opera “Property will costs us the Earth”.


Da sempre attratta dal corpo, Claudia riconosce in esso quel luogo privilegiato delle interazioni con il mondo e delle continue trasformazioni.  
Corpo che ci riporta ad un cosmo in fermento. 
Fermento che ritroviamo nel modus operanti dell’artista: non soffermandosi su di un medium specifico, Claudia spazia dalle installazioni ai disegni, fino al corpo stesso sul e con il quale i segreti dell’interiorità affiorano come piccole gemme da raccogliere. Tutto ciò che può raccontare può divenire medium della ricerca poetica. 
Così quest’ultima si arricchisce di tutto questo brulichio esistenziale. Perenne mutevolezza, perenne ricerca. 

"Ho incontrato Claudia Schioppa otto anni fa. Non è stata subito vicinanza, ma costruzione di un continuo scambio di pensieri, immagini, consigli. In questo lasso di tempo mutevole di crescite contigue, si sono intessute le reciproche ricerche, fino ad unirsi in una collaborazione ancora in atto.
'Ho trovato un'anima affine'. Si dice così quando i sentimenti si allineano, i corpi sono compresi. Guardo i disegni di Claudia in cui linee spesse, ed oscure come la notte, si ingarbugliano al centro dello stomaco.

"(...) il cielo è una sfera attraversata da vie in salita e discesa, riconoscibili per i solchi delle ruote, ma nello stesso tempo rotante vorticosamente in direzione contraria a quella del carro solare; è sospeso ad altezza vertiginosa sopra le terre e i mari che si vedono là in fondo; (....)" 1


Riprendo una citazione, un'immagine degli astri, per poter fare emergere il lavoro di questa artista, un movimento interiore che si accorda ad un movimento del fuori e di un corpo che vibra a questa densità orchestrale.
Ritorno a sé stessi che fluisce in due direzioni in cui mi riconosco: una, movimento centripeto verso l'interno (come toccare l'anima), una verso l'esterno (come ritoccare il mondo), movimenti confluenti. Ciò sgorga nel segno, nella mano che traccia la sua presenza. Qui l'immaginario è luogo del possibile a cui continuamente ritornare con torsioni corporee e pensieri notturni. Esso è la dimora del non ancora, in cui il reale, per l'artista, ha origini e possibilità di trasformazione. Tutto ciò freme e palpita attraversando pensiero, parole, corpo e segno sulla carta. Concludo offrendo alla ricerca poetica di questa artista un movimento che ha nelle spiralità la sua forma prediletta. Spirale che torna al centro e poi, come controspinta, si propaga verso l'esterno e viceversa. Un movimento di andirivieni, come la corrente del mare che porta avanti e indietro corpo-anima-mondo.”

Aura Monsalves Munoz

1 I. Calvino, “Gli Indistinti Confini”, p.VIII, 1979; in Ovidio, “Metamorfosi”,  Enaudi, 2015


“Penso che non sia possibile descrivere la ricerca come un interesse, poiché ritengo sia piuttosto una tensione nata dalla necessità di dialogare con una o più parti del cosmo che ci circonda. Tuttavia ritengo che il mondo attorno venga descritto dagli oggetti, ma sentivo che la voce delle cose nascondeva dei segreti. Sono entrata in autentico contatto con l’Arte ed ho compreso che fosse questa il segno di tale tensione, il senso e l’esperienza. Ho qui capito di non essere sola nell’amare i segreti del mondo, ho capito che l’Arte racconta questa incessante e continua comunione con il tutto e, semplicemente, non è possibile sottrarsene.”

Claudia Schioppa, estratto da intervista di Venticento (07/12/ 2020)


La carezza di un segno
di Davide Maria Mannocchi
Raccogliere le tracce che si nascondono nel frenetico groviglio del mondo contemporaneo per poterne ricavare un mosaico di straordinarie imperfezioni è parte della ricerca della giovane artista Claudia Schioppa, nata a Roma da parenti partenopei, che oggi studia a Milano, all’Accademia di Belle Arti di Brera.
Scegliendo di non incasellarsi in un unico sentiero, l’artista osserva con spiccata sensibilità lo scenario del presente, traducendolo di volta in volta attraverso diverse pratiche.
L’illustrazione come la scultura, la performance e la produzione video viaggiano di pari passo nella sua personale epopea creativa: in essa si colgono similitudini oggettive che lasciano trasparire i particolari interessi che ne caratterizzano l’identità. In ogni sua operazione, l’artista romana è in grado di ridefinire l’unicità di un luogo comune, facendo emergere dall’apparente banalità il mistico stupore dell’eccezionale. Non è però quest’ultima ad affascinare Claudia Schioppa che non ricerca l’eccezione nella sua disorientante straordinarietà, concentrandosi piuttosto sull’energia della
semplicità, terapeutica e salvifica, egualitaria e pronta a offrirsi a chiunque abbia il coraggio di accoglierla. 

La tua pratica artistica si esprime attraverso molte varianti: parti dall’illustrazione, passando per la performance, continuando poi per l’installazione video. Da cosa nasce quest’esigenza di diversificazione?

Credo che la materia possegga, di suo, una propria specifica identità. Lo sperimentare con diversi media non è altro che indagare i diversi linguaggi esistenti al fine di trovare quello idoneo a ciò che l’Opera richiede.
Sono del parere che lo sguardo nei confronti delle cose che ci circondano possa e debba conservare una dose di animismo. Il privilegio che abbiamo verso la Materia, come artisti e soggetti sensibili, è quello di poter assumere nei suoi confronti un rigore alchemico, al servizio delle sue esigenze e possibilità, al fine di intuire attraverso tale incontro quello che di noi è indicibile. Ci si educa all’ascolto attivo attraverso i sensi, all’attesa, all’accettazione del limite ed alla febbre del superarlo. Il mio diversificarmi è stato quindi un tentativo di traduzione di quel che di me esiste, ma che ancora non capisco del tutto (e mi auguro di non trovare mai).


Un elemento evidente è quello della documentazione. Questa pratica di raccolta che valore ha e quanto spazio occupa nella realizzazione di un tuo lavoro?

Ho sempre avuto una tendenza a raccogliere, proteggere, conservare i minuscoli stralci delle cose e dei discorsi. Sono affascinata dalla memoria nella sua dimensione intima, dall'idea di resto, dai segnali tangibili di ciò che di ben più vasto e sconosciuto vive altrove da me.
Persino il linguaggio con cui ci stiamo intendendo ora, in questa intervista, mi appare così gracile rispetto a ciò che sento, a ciò che vorrei dire. Credo forse che la memoria e tutto ciò che la descrive sia così preziosa poiché è circondata da vuoto denso. Appare come un’infinitesimale pepita d’oro nel fango.
Nelle tue illustrazioni e anche nelle installazioni, come per esempio in “Skin, flesh, blood”, il corpo femminile occupa un posto centrale: da cosa nasce questo tuo specifico interesse per l’anatomia?

Il corpo mi ha sempre ossessionata, trovo inevitabile rapportarne l’esterno, l’interno, l’intorno con le parti che compongono il mondo. La natura, il paesaggio, le composizioni dei tessuti organici : è tutto una continua similitudine. La rete neuronale che si aggroviglia nelle nostre teste è estremamente simile alla rete dei filamenti cosmici che collega tra loro gli ammassi di galassie, ad esempio.
Lo sguardo sul femminile quindi non vuole essere esclusivo, è solo un’inevitabile conseguenza di questa flessione verso l’interno, nella mia identità, nel tentativo rimuoverla dalla sua dimensione straordinaria e ricentrarne la sua cruda esistenza come condizione comune. Ciò che noi chiamiamo
“femminile” non è altro che la parte di noi ctònia, corporea, non inquinata dalla ragione. Riguarda tutti, nessuno escluso.